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C'è il mare, le sue onde si distendono sulla spiaggia con il suono a scandire il susseguirsi delle ore che diventano giorni al calar del sole.
Quando tutto sarà finito, chissà se ricorderemo questi momenti di "solitudine". In un'era in cui la tecnologia ha dissolto qualsivoglia concezione temporale, ci si (ri)trova a fare i conti proprio con il proprio tempo.

Abituati come siamo a declinare le stagioni in proporzione alle nostre esigenze, pensando - da mortali presuntuosi - di poter decidere e prevedere l'imponderabile.
Così queste settimane di introspezione "forzata" ci portano ad affrontare la sfida più urfida e complessa, stare con noi stessi.
Il vero disagio che ci troviamo a vivere è proprio questo: ascoltarci. Per molti una sofferenza, per altri una sfida affascinante, per alcuni canonica consuetudine quotidiana.

 

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E allora se proviamo a trovare una sfumatura di speranza - così deve essere - in questi giorni probanti e cupi per il nostro Paese, scopriamo che forse anche nei momenti più delicati l'essere umano può scovare negli eventi l'essenza più aulica.
È in questi istanti che si prende contezza del valore delle cose.
Così come il nostro Paese si trova a fare i conti con dei limiti ancestrali a cui fa da contraltare quella forza insita nell'essere italiani.

Stiamo combattendo una guerra a cui nessuno era preparato, con i nostri fedeli medici - fieri e meritori discendenti di Ippocrate - a lottare nelle trincee degli ospedali coadiuvati da infermieri e assistenti sanitari lì a barcaminarsi con un subdolo nemico invisibile.
Un rivale infimo che ci ha tolto l'elemento più piacevole dell'esistenza, lo stare insieme.
E allora si prenda coscienza dell'autenticità delle cose, ferite dall'incertezza di un domani scevro dal volere umano ma condizionato al nostro responsabile comportamento.

 

Non so se dopo - come dicono in tanti - tutto questo sarà diverso, o meglio se noi saremo diversi. Certamente alla fine di questi giorni sapremo chi siamo, cosa e soprattutto Chi vogliamo portare con noi.
Come la bandiera rosanero che ha colorato le giornate della Palermo che resiste, le lacrime e il sacrificio dei nostri soldati in camice bianco a dare tutto per il sorriso di un loro simile, o l'abbraccio e la catarsi di quello sguardo che - anche attraverso il display di un cellulare - nel panorama d'incertezza è l'unica lieta carezza che allevvia le nostre giornate.
Intanto aspetto, in attesa di riprendere la tua mano e tornare a vivere le nostre emozioni... ci vediamo a casa. Distanti sì, ma mai altrove.

C'è bisogno di storie a lieto fine, così avrebbe voluto Lucio Dalla: "aspettiamo che ritorni la luce, di sentire una voce, aspettiamo senza avere paura, domani...". Sono soltanto pensieri...







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