Una sentenza già scritta?

Una sentenza già scritta?

 

Pubblicato in data 22/05/2019 alle ore 23:33

 

Il futuro del Palermo è appeso ad un filo, tra il baratro della C e la speranza di una serie B da tenere con le unghie. Tra le carte in mano ai giudici della Corte Federale d'Appello, che tra poche ore decideranno le sorti del Palermo calcio, non può esserci già la firma in calce su una sentenza già scritta. Non è così, perché non può avere alcun peso il recente passato che ha visto il procuratore federale Pecoraro chiedere la retrocessione del Palermo in Serie C. Non può avere alcun peso il fatto che lo stesso Pecoraro, ai tempi prefetto di Roma, assegnasse la scorta a Claudio Lotito

 

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Non può essere scritta la sentenza, perché non possono avere peso i rapporti tra il presidente della Corte Federale d'Appello, Sergio Santoro, e il plenipotenziario del calcio italiano, Claudio Lotito. Lo stesso presidente della Lazio e patron della Salernitana, che grazie alla bizzarra, curiosa, incredibile scelta di non far disputare i play-out - in seguito alla retrocessione del Palermo in Serie C - si può dire salva direttamente, senza passare dalla prova del campo.  

 

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Non è scritta la sentenza, non può essere. Perché non può avere alcun peso il passato tra Sergio Santoro, indagato dal dicembre 2018 con l'accusa di corruzione in atti giudiziari per una serie di sentenze amministrative aggiustate - secondo i magistrati capitolini - a suon di mazzette, e Claudio Lotito, presidente della Lazio per la quale Santoro, come componente della commissione dei Saggi, ha espresso parere favorevole per l'assegnazione dello scudetto del 1915, ex aequo con il Genoa, esattamente 100 anni dopo la disputa del campionato italiano interrotto per la prima guerra mondiale. Ad oggi la federazione non ha ancora preso una decisione ufficiale al riguardo.

 

Non può essere scritta la sentenza che nelle prossime ore sarà emessa dalla Corte Federale d'Appello, presieduta da Sergio Santoro, che ha il prossimo futuro del Palermo calcio saldo nelle proprie mani di giudice.

 

 

di Roberto Chifari e Manuel Mannino