Ridere per questa foto: sì, ma ad una condizione

Nessuno può mettere in dubbio che in momenti come quello del Bernabeu si possa perdere la testa. Ma ci sono delle considerazioni

Ridere per questa foto: sì, ma ad una condizione

«Arbitro picchiato. Un cazzotto per l’espulsione».

«Arbitro picchiato a sangue».

«Arbitro picchiato come in una spedizione punitiva».

«Arbitro fischia rigore: picchiato ed aggredito».

 

Mi sono fermato ai primi quattro titoli trovati su Google alla ricerca delle due parole chiave: “arbitro” e “picchiato”. Ma di articoli che raccontano questa particolare stortura che caratterizza il gioco del calcio ce ne sarebbero in quantità pressoché infinita.

È una devianza, una linea retta che ad un tratto si biforca e prende la direzione opposta allo stesso concetto di sport, di qualunque tipo e derivazione sia. E di qualsiasi regola della civiltà.

 

Il riferimento, è chiaro, è al ritorno dei quarti di finale tra Real Madrid e Juventus, match eccitante sin dal primo minuto e quasi leggendario. Quasi, perché è finito con l’epilogo che tutti conosciamo: fino al 94’, 0-3 in favore dei bianconeri – punteggio che avrebbe portato la gara ai tempi supplementari – poi il calcio di rigore assegnato dal direttore di gara per il fallo di Benatia su Lucas Vazquez.

Al fischio dell’arbitro Michael Oliver, il putiferio. Tutti i giocatori della Juventus, naturalmente in trance agonistica ed infuriati per il penalty che li avrebbe eliminati concesso a trenta secondi dalla fine, hanno accerchiato il fischietto inglese con fare intimidatorio.

In testa al gruppo Gigi Buffon, il capitano – in quanto tale l’unico titolato a muovere critiche e chiedere spiegazioni – il quale, pallone sotto braccio, ha prima toccato Oliver (atto assolutamente vietato dal regolamento), per poi protestare con veemenza proferendo, pare, qualche parola di troppo. Risultato: cartellino rosso per il portiere campione del Mondo ed addio al calcio europeo amarissimo.

 

Nessuno può mettere in dubbio che in momenti come quello si possa perdere la testa.

Dopo 94 minuti al limite della perfezione, con la consapevolezza di essere non ad un passo ma ad un millimetro dall’impresa (ribaltare lo 0-3 dell’andata in uno stadio come il “Bernabeu” non succede proprio tutti giorni), ci si può sentire derubati, privati di un sogno che si stava costruendo contro ogni pronostico. E dunque indemoniati.

Premessa debitamente fatta, questo atteggiamento nei confronti del direttore di gara non va solo e semplicemente condannato con severità. Ma, è bene ricordarlo, è tra i motivi per cui nei campi di categorie inferiori succedono schifezze come quelle citate a principio di questo articolo. Perché in Terza Categoria non ci sono telecamere, riflettori accesi, microfoni, tribune stampa piene di operatori dell’informazione pronti a raccogliere e riportare.

E se ci sono infiniti episodi di arbitri picchiati, minacciati, talvolta vittime di violenza privata, ci si dovrebbe porre qualche domanda.

 

Perché il primo esempio è dato da loro: dai grandissimi del calcio, quelli della Champions, delle massime competizioni, i campioni del Mondo, i palloni d’oro, i capitani dal palmares ingombrante. Il fair play, questo benedetto ed ovunque citato fair play, da lì deriva: dall’atteggiamento che i big del pallone usano in ogni frazione di gioco, nei confronti degli avversari e del direttore di gara.

 

Per questo, si dovrebbe ammettere l’ironia sull’episodio del Bernabeu esclusivamente in presenza di una piena consapevolezza del messaggio che, in fondo e senza dubbio involontariamente, si lascia passare.

«L’italiano ha un solo vero nemico – scriveva Ennio Flaiano – l’arbitro di calcio, perché emette un giudizio».

Magari ingiusto, inaccettabile, perfino cattivo: ma va accettato. Sempre.