EX ROSA

Palermo, idoli e famiglia
Belotti si racconta

Palermo, idoli e famiglia. Belotti si racconta



 

Giocatore del Palermo dal 2013-2015, Andrea Belotti veste oggi la maglia del Torino, di cui è anche capitano.

Intervistato da la Gazzetta dello Sport, l’ex centravanti rosanero ha raccontato del suo trasferimento nel capoluogo siciliano:

 

«Mi ricordo che era d’estate e io ero alla festa di paese, mio papà cucinava alla griglia, mia mamma faceva le insalate. Mi chiamano: “Vieni al centro sportivo dell’AlbinoLeffe perché andiamo a Palermo e devi firmare”. L’ho detto velocemente ai miei e sono partito, senza nemmeno pensarci. Ho firmato le carte e sono tornato al paese. Quando sono arrivato c’è stata come un’ovazione. Tutti lo avevano saputo e festeggiavano. Ma in un angolo –dice Belotti–  mi ricordo mia madre che piangeva. Mamma aveva capito che sarei dovuto partire, sarei andato via di casa. Mio papà era felice e poi non si farebbe mai fatto vedere piangere. Mi ero avvicinato, tutti ci abbracciavano e io dissi una frase a mia madre: “È il mio lavoro, sappi che starò bene, sarò felice perché è quello che voglio fare”. Lei questa frase all’inizio non l’aveva percepita nel modo giusto, perché traumatizzata».

 

ETÀ TRASFERIMENTO A PALERMO

«Quanti anni avevo quando mi sono trasferito a Palermo? Forse veenti. A distanza di tempo mia mamma mi ha ricordato quella frase. Aveva riflettuto e l’ho vista finalmente felice per me. Ma era preoccupata, perché andavo a Palermo. Da noi bergamaschi Palermo era conosciuta solo per la mafia. Una volta è venuta giù e ha capito che c’era molto di più, che la Sicilia e i siciliani erano di più. Il Sud è una realtà magica. Il calore della gente, mi svegliavo e vedevo il mare. A Palermo ero felice, mangiavo bene, c’è caldo, sole. Come essere sempre in estate».

 

PRIMO ALLENAMENTO A PALERMO

«Il mio primo allenatore a Palermo fu Gattuso. Ma non l’ho vissuto tantissimo perché sono arrivato alla fine del mercato e quindi non avevo fatto il ritiro. Poi ero andato in Nazionale due settimane. Quando sono arrivato io il campionato era già iniziato e ho fatto quattro settimane con lui. Non più di tanto, il tempo di conoscerlo. Lui è stato esonerato dopo Bari­Palermo e proprio in quella partita mi fece esordire. Però per me è stata un’emozione perché, essendo io tifoso del Milan da piccolo, avere come allenatore un giocatore rossonero, per il quale avevo tifato, era qualcosa di magico. Poi è arrivato Iachini e abbiamo iniziato a vincere».

 

L’ATTACCO

«Io penso che sia stato uno degli attacchi più forti di sempre del Palermo. C’erano Dybala, Vazquez, io, Hernandez e Lafferty. Lafferty aveva fatto tredici gol, Hernandez diciassette, diciotto, io dieci, Vazquez otto e Dybala cinque o sei».

 

DYBALA

«Il primo anno vedevo che aveva delle qualità tecniche esagerate. Però non era ancora riuscito ad esplodere, e sotto porta faceva fatica a fare gol. Era anche abbastanza leggerino, fisicamente. Soffriva sempre un po’ il contatto. L’anno dopo, un cambiamento incredibile. Mi sono impressionato quando l’ho visto perché, a parte che faceva sempre gol, giocava un calcio pazzesco. Nonostante fosse piccolino era diventato più robusto, quindi anche fisicamente teneva botta, cioè riusciva a stare in piedi. A volte strappava via, anche a tu per tu. Teneva e ti bruciava».

 

ULTIMO ANNO A PALERMO

«È stato più bello il penultimo che era di Serie B, abbiamo vinto il campionato. Il secondo di A era quello che raccontavo poco fa. Non è stato dei più belli perché non giocavo molto. Avevo fatto il record di subentri, 27 in un campionato. Entravo magari alla fine e facevo gol al 90′, vincevamo la partita. La partita dopo ripartivo dalla panchina. Non riuscivo mai a capire perché non avessi quello spazio in più, visto che segnavo e in allenamento mi impegnavo. Poi cresci e capisci la complessità del calcio, capisci la quantità di scelte che un tecnico deve fare, di quante variabili deve tenere conto».

 

IDOLO

«Il mio idolo è sempre stato Shevchenko. Non solo per il tipo di giocatore che per me era straordinario. L’ho sempre ammirato perché era un ragazzo che non faceva mai parlare di sé fuori dal calcio, un gran lavoratore, un professionista, dimostrava tutto sul campo e basta. È una cosa che mi ha colpito. E che ho cercato di replicare. Lavorare, più che dire».

 


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