PARLA DI DONATO

«Palermo, tutto ancora in ballo.
Devi dare tutto per vincere»

«Palermo, tutto ancora in ballo. Devi dare tutto per vincere»



Novanta minuti per sognare la Serie A, con il duello a distanza con il Lecce a rendere entusiasmante l'ultima giornata di campionato come già successo in passato. Lo ricorda bene Daniele Di Donato, che da ex rosanero ha vissuto tanti momenti simili a questo e, intervistato dal Giornale di Sicilia, ha parlato del match di sabato contro il Cittadella e delle suoi ricordi ed emozioni con la maglia rosa: 

 

«È giusto che il Palermo dia tutto per vincere, anche per non avere rimpianti nel caso in cui il Lecce non dovesse vincere. La cosa più importante è portare a casa i tre punti, al fischio finale poi si vede l’altro risultato. Anche perché se il Lecce non dovesse farcela, ci sarebbe da mangiarsi i gomiti. Cittadella? Ancora ha tutto da giocarsi. La cosa bella di questo campionato è che all’ultima giornata è ancora tutto in ballo. Il Cittadella deve fare punti perché il Verona è ad un punto, il Palermo deve pure vincere per centrare la promozione diretta. È vero però che i rosa sono forti e già devono vincerla dentro lo spogliatoio, con la spinta del pubblico. I giocatori devono mentalizzarsi anche nell’avere pazienza, perché la partita si può risolvere nei novanta minuti».

 

IL PALERMO DI SONETTI

«Noi venivamo da una rincorsa clamorosa, venne Sonetti e gennaio e con lui riuscimmo a risalire in classifica, facendo una rimonta straordinaria fino alla sfida di Lecce che fu un vero e proprio spareggio. La città ci fu vicinissima perché, come noi, credeva nel miracolo. Non dimentichiamo lo svantaggio che avevamo dal quarto posto al termine del girone d’andata, purtroppo però le cose non sono andate nel verso giusto».

 

PALERMO-ASCOLI 2001

«Eh, quella partita era chiaramente più simile a quella che attende il Palermo sabato. A gennaio il campionato sembrava stravinto e nel girone di ritorno il calo fu tremendo, tanto da giocarci la promozione all’ultima partita col Messina davanti in classifica. Anche lì, però, la mentalità era quella di scendere in campo per fare il nostro: andammo subito in vantaggio e poi le orecchie andarono sulle radioline. C’era proprio lo stadio che ci faceva capire cosa stesse accadendo in Avellino-Messina. Per il rigore di Torino ci fermammo tutti, i 40 mila presenti stettero completamente in silenzio finché non lo sbagliò. La sensazione di quel pomeriggio fu incredibile, però ci è andata bene». 






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