PALERMO ALBICELESTE

Da Vernazza a Dybala,
i tangueri al Teatro Barbera

Da Vernazza a Dybala, i tangueri al Teatro Barbera



Julio Carlos Santiago Vernazza se n’è andato poco prima di compiere il suo novantesimo compleanno.

Non è riuscito a realizzare «l’ultimo desiderio della vita che mi resta», come ebbe a dire nel corso di una delle sue ultime interviste (un anno fa, al Corriere dello Sport): tornare a Palermo sulle sue gambe, che ormai da tempo erano costrette sulla sedia a rotelle.

Quelle gambe che sotto l’ombra di Monte Pellegrino hanno incantato non tanto per l’eleganza dei movimenti, quanto per la poderosa capacità di scagliare il pallone verso la porta avversaria con violenza. Il calcio di Santiaghito era potente e preciso, una scheggia pesante che partiva quasi sempre allo stesso modo: stop con la coscia e tiro al volo.

 

Tanti gli aneddoti che la storia di Vernazza a Palermo ci ha consegnato. Tra i più belli, quello del rigore realizzato contro il Milan nella stagione 1959/60: Ghito tira centrale a mezza altezza, Ghezzi, il portiere rossonero, arriva con la mano sinistra sul pallone che, però, è così violento che entra in porta. Si narra che, dopo il penalty, l’estremo difensore milanista fu costretto a togliere i guanti e a bagnare la mano ed il polso sinistro in una bacinella colma d’acqua fredda. Fu il gol decisivo, 1-0 e Milan sconfitto.

Un altro episodio passato alla storia fu quello del “non gol” segnato al Parma, in una delle affermazioni più schiaccianti dei rosa che vinsero per 7-1: il tiro di Vernazza, da posizione defilata, entrò in porta sfondando la rete lateralmente. Ghito confessò all’arbitro l’irregolarità del gol, ma il direttore di gara convalidò ugualmente.

 

Vernazza è stato probabilmente il primo argentino “famoso” passato da Palermo. Una tradizione, quella degli albicelesti in rosanero, nata con il centrocampista Ferdinando Lopez, arrivato al Palermo nel 1926, e proseguita con Américo Ruffino, rapida ala destra, giunto in Sicilia nel 1931 e subito decisivo per la vittoria del campionato cadetto. L’anno seguente, Ruffino fu il primo calciatore rosanero a segnare un gol in serie A, il 25 settembre 1932 in un Lazio-Palermo terminato 1-1. Nel 1952 i rosa acquistano Enrique Martegani, centrocampista offensivo che totalizzò 93 presenze mettendo a segno 21 reti in tre stagioni. Curiosità su Martegani: il proprietario del cartellino fu Raimondo Lanza di Trabia anche dopo le dimissioni di quest’ultimo da Presidente. Lanza lasciò in eredità la proprietà del calciatore alla moglie, l’attrice Olga Villi.

 

Nel ‘57 è il turno di Ghito Vernazza, che in rosa collezionò 115 presenze e 51 gol in quattro stagioni.

Dopo di lui, una parentesi di quarant’anni prima di rivedere un argentino in maglia rosanero: nel 2000, infatti, arrivò a Palermo Christian La Grotteria. Lo acquistò Franco Sensi per l’importante cifra di tre miliardi e mezzo.

La Grotteria era soprannominato Cavallo pazzo: aveva una falcata degna dei suoi 188 centimetri e un ottimo fiuto del gol. Per Sensi era il “Batistuta minore”, per il pubblico del “Barbera”, invece, «La Grotteria è megghi ‘i Battissuta». Non per i gol, appena 17 in tre stagioni, ma per il contesto in cui si inserì l’acquisto del Cavallo pazzo: dopo quattro decenni torna un argentino e il Palermo, quando le speranze di promozione sono ridotte all’osso, trova la serie A all’ultima giornata. Un vecchio tifoso, parlando dei grandi attaccanti che hanno vestito la rosanero, disse: Miccoli è come uno scooter nuovo fiammante guidato con il casco tecnologico e le orecchie di peluche, ma La Grotteria è una vecchia vespa truccata con l’autoradio nel cassetto davanti, guidata senza casco e con la frizione saltata.

 

È con l’acquisizione del club da parte di Maurizio Zamparini che la “tradizione argentina” a Palermo si fa più consistente: dopo Santana (tra i “veneziani” giunti nel 2002), arrivarono Ernesto Farías e Mariano Gonzàlez.

Dal 2005 in poi tanti gli argentini passati da Palermo senza lasciare il segno: Mariano Andujar, Nicolas Bertolo, Mauro Boselli e Mauricio Sperduti, Mauro Cetto, Pablo Dellafiore, Mauro Formica, Alejandro Faurlìn, Santiago Garcia, Pablo Gonzàlez, Matìas Silvestre. Loro i meno incisivi.

 

Un capitolo a parte va riservato a Javier Pastore, El Flaco, protagonista del “Teatro Barbera” dal 2009 al 2011. Appena arrivato, lo scetticismo la faceva da padrone tra i tifosi rosanero: presentato come geniale fuoriclasse, nelle prime uscite Pastore non confermò le attese. Ci volle poco, però, perché El Flaco facesse ricredere la città: il tocco d’artista col quale mandava in porta i compagni e le giocate sensazionali in armonia con tutta la squadra fecero innamorare irrimediabilmente il “Renzo Barbera”. L’amore eterno arrivò il 14 novembre 2010, in casa, contro il Catania: il Palermo vinse 3-1 e Pastore mise a segno una tripletta, il primo gol di testa, il secondo di destro, il terzo di mancino a chiudere il match. Apoteosi.

 

Una postilla anche per Ezequiel Munoz, che detiene ad oggi il record di calciatore argentino con più presenze in rosa (140 in cinque stagioni).

 

Gli ultimi due argentini arrivati a Palermo hanno composto una tra le coppie d’attacco che nessuno dimenticherà facilmente: Franco Vazquez e Paulo Dybala, gli ultimi grandi acquisti sudamericani della dirigenza Zamparini. Artefici, seppur non protagonisti, della promozione nel 2014, divennero il punto di riferimento di Beppe Iachini nella stagione del ritorno in serie A. El Mudo e Ù Picciriddu, l’esperienza silenziosa del primo e la vitalità fenomenale del secondo: hanno incantato mettendo a segno, insieme, 23 gol e 21 assist che regalarono al Palermo l’undicesimo posto con 49 punti.



 

Oggi in rosanero non gioca alcun calciatore argentino: la tradizione è interrotta.

Ricordando le gesta del compianto Ghito Vernazza, ci auguriamo che la classe dei tangueri argentini ritorni a illuminare l’erba del “Renzo Barbera”.

 





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