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Champions, è stato bello. Ma
il calcio italiano è alla frutta

Champions, è stato bello. Ma il calcio italiano è alla frutta



Un miracolo compiuto ed uno sfiorato: la due giorni di Champions League è stata un’agrodolce girandola di emozioni che ha premiato una grande Roma e punito una grande Juventus dopo una gara destinata a far discutere.

Senza ombra di dubbio queste due partite fanno bene al morale dell’appassionato di calcio italico, orfano di un Mondiale la cui ferita è ancora apertissima, ma guai a pensare, come in molti stanno facendo, che queste siano il segnale dell’inizio della ripresa del movimento calcistico del nostro paese.
I risultati delle squadre di club non costituiscono il parametro di riferimento per misurare lo stato di salute di un movimento. Portando un esempio pratico. Nella stagione 2007/2008 la Premier League era già il campionato più in auge del mondo e la finale di Champions League fu tra Chelsea e Manchester United: eppure sempre in quella stagione l’Inghilterra di Steve McClaren fallì l’accesso all’Europeo e lo zoccolo duro di quella nazionale era composto da tutti i giocatori inglesi in campo durante la partita di Mosca. Non riuscire ad accedere ad un grande evento, specie in un’era in cui i posti disponibili sono molto di più del passato, è il campanello d’allarme di qualcosa di grosso che non va, anche se hai giocatori all’altezza e tanta opulenza.


Chiaramente questi due quarti di ritorno ci forniscono delle indicazioni positive. Ad esempio, confermano che il nostro calcio sarà pure tecnicamente indietro, ma che i nostri allenatori restano quelli più preparati tatticamente al mondo, così come ci raccontano che a grandi livelli si riesce a lavorare bene: la Juventus a prescindere da tutto è una macchina funzionante e consolidata su tutta la linea, mentre la Roma è ripartita da un dirigente preparato come Monchi, che ha fatto delle ottime scelte sul solco tracciato dal suo predecessore, quel Walter Sabatini che ha portato in giallorosso la stragrande maggioranza dei protagonisti in campo ieri sera.


Questo però non significa che il calcio italiano sia in salute o in ripresa, ma semplicemente che delle sue espressioni sono in grado di poter competere: non è poco certo, ma non è tutto. D’altronde, è oggettivamente difficile considerare in salute un movimento che, sempre per fare uno tra i tanti esempi possibili, consente alle società di inserire nelle squadre giovanili senza alcun tipo di limitazione numerica giocatori stranieri che magari hanno già giocato più partite da professionisti, togliendo ai propri anche solo la possibilità di dimostrare di non essere quei brocchi che alle volte confermano di essere, altre volte finiscono/vengono quasi indotti a diventare. Sia chiaro, non c’è nulla di sbagliato ad acquistare giocatori stranieri, ma un conto sono le prime squadre, in cui si devono ottenere risultati, un conto le giovanili, in cui si devono formare i giocatori di domani.


Quanto portato ad esempio sopra è una delle tante brutture del calcio italiano, lo stesso che, in assoluta coscienza, ha espresso e confermato una classe dirigente che ha sbagliato tutto lo sbagliabile. Come quando ha scelto di mettere come c.t. un tecnico valido ma palesemente inadatto al ruolo, confermandolo nonostante impietose evidenze, una su tutte la gara Armageddon contro la Spagna, in cui schierò la squadra con un giocatore fermo da due mesi (Spinazzola) ed il 4-2-4, che è un po’ come voler conquistare una donna bella ed impossibile calandosi direttamente le braghe, invece che optare per un corteggiamento alla regola: qualcuno potrà pure apprezzare la stravaganza, ma in linea di principio finisce male.

 

Un calcio che non forma giovani, in cui le società falliscono come niente lasciando senza lavoro non solo calciatori, ma onesti mestieranti che campano le famiglie, che si trincera nel mito del “Siamo italiani” e nei meccanismi antiquati di potere e che anche per questo non va ai Mondiali, non è un calcio in salute e non lo sarebbe nemmeno se la Roma elevasse questo miracolo sportivo fino alle soglie del Paradiso.

Certo che si può ripartire ma si potrà veramente farlo solamente se si prenderà definitivamente coscienza di aver toccato il fondo. Questo purtroppo non vale solo per il nostro amato pallone.
 






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