LA REPUBBLICA

«Mi ha cercato Lo Monaco ma
Palermo..». Lancini si racconta

«Mi ha cercato Lo Monaco ma Palermo..». Lancini si racconta



Edoardo Lancini si è raccontato tramite una lunga intervista rilasciata a La Repubblica oggi in edicola. 

Il difensore rosanero oltre ad analizzare il presente in casa Palermo, ha parlato del suo arrivo in Sicilia, del mancato approdo a Catania nonché delle proprie passioni extra calcistiche. 

 

«So che ha giocato nel Palermo – esordisce Lancini in riferimento all'ex centrocampista rosa Carlo Lancini – ma non lo conosco, non c’è alcun legame di parentela, però mi sono incuriosito e ho guardato su internet per capire cosa avesse fatto in rosanero e chi fosse. Ho visto che abita in un paesino a dieci chilometri da casa mia, ma non ci siamo mai visti». 

 

Vicino al Catania. 

«Mi ha cercato Pietro Lo Monaco. Ma aspettavo ancora un’offerta dalla serie B e in particolare dall’Entella di Boscaglia. Poi il 10 agosto mi ha chiamato Castagnini, che avevo già avuto a Brescia, e mi sono tuffato in questa esperienza. Non è stato facile perché ci sono tutte le due categorie di differenza rispetto alla B, ma una piazza come Palermo si prende in considerazione a prescindere dalla categoria. Aveva ragione Sagramola quando mi disse che a Palermo mi sarei sentito un calciatore vero».

 

Sulla crisi degli etnei. 

«Dispiace sempre quando ci sono squadre che rischiano il fallimento. Ci sono persone che rischiano di restare a spasso. Jacopo Dall’Oglio, che giocava con me a Brescia, era stato acquistato dal Catania e si è ritrovato in una situazione difficile. Ora è stato ceduto al Livorno, ma non ha passato momenti facili. Spero che qualcuno faccia qualcosa, sarebbe bello l’anno prossimo fare un derby con il Catania». 

 

Sul periodo non facile della scorsa estate. 

«È stato brutto, ma ho capito che non si deve mollare mai. Ci sono tanti giocatori che non lo meritano e sono a casa senza contratto. Oppure giocano in categorie inferiori rispetto a quello che meritano. Bisogna essere costanti nel lavoro e anche fortunati: devi trovarti nel posto giusto al momento giusto. Se fai tutto quello che devi, però, alla fine arrivi dove meriti. A Brescia forse oggi giocherei in A, Corini mi ha sempre detto che potevo fare parte del progetto. È stato lui a suggerirmi di staccarmi da Brescia perché mi avrebbe fatto bene».

 

Continua... 

«Giocare a casa propria non è mai facile, ci sono pregiudizi, sei il primo capro espiatorio per tutte le colpe e magari non ne hai così tante. Volevo uscire da questo sistema viziato. I fischi li accetto. Il problema è avere pregiudizi e mi sentivo bloccato. Volevo ripartire da zero e puntare tutto sulla mia credibilità». 

 

Passioni extra calcio. 

«Mi piace la musica latinoamericana, provo a ballare, ma sono un po’ legnoso. Il mio preferito è Daddy Yankee, ma ascolto anche Ultimo. Sono andato a un suo concerto, all’Olimpico, con la mia fidanzata Paola. Quello è stato il mio primo concerto dal vivo, mi è piaciuta tanto l’atmosfera e i suoi testi. Era un momento in cui ero senza contratto, lui diceva di non mollare mai e mi sono immedesimato nelle sue canzoni».

 

Pensa di aver realizzato il suo sogno? 

«Non ancora, ho in testa solo la C con il Palermo, ma sono milanista e ho sempre guardato con attenzione alle giocate di Nesta e Maldini. Giocare a San Siro è il sogno di ogni bambino. Chissà che non ci arrivi con il Palermo». 

 

Il paragone con Bonucci. 

«Ai tempi del Novara di Boscaglia. Giocavo in una difesa a tre e siccome mi piace giocare la palla e provare il lancio hanno cominciato a paragonarmi a lui. Il numero è quasi casuale: avevo il 17, poi a Brescia Cellino me lo ha fatto togliere per scaramanzia, il 19 era libero e l’ho preso. Lo scelgo anche per Bonucci che mi è sempre piaciuto». 

 

L'allenatore a cui è più legato. 

«Boscaglia, mi ha insegnato tanto. E poi anche per il modo in cui prepara le partite e per il rapporto che ha con i calciatori. È da A, merita più di quello che ha. Mi incuriosisce molto anche De Zerbi, mi piace il modo in cui imposta l’inizio dell’azione, sempre palla a terra e da dietro. Mi piace quel calcio lì. Non palla lunga e pedalare, anche se bisogna sapersi adattare alle categorie. Fra un intervento in anticipo e una scivolata bisogna scegliere il momento: c’è quando serve l’intervento pulito e quando devi dare la scossa alla squadra con un’entrata che faccia capire, soprattutto ai compagni, che serve lottare. Anche se una bella scivolata che infiamma lo stadio è adrenalina pura». 

 

Cosa avrebbe fatto se non avesse scelto il calcio? 

«Non saprei. Il calcio è la mia passione. Sono diplomato geometra, ho fatto i primi tre anni di mattina a scuola poi in campo per l’allenamento. Non riuscivo più a conciliare gli impegni sportivi e gli ultimi due anni li ho fatti di sera. La mattina palestra con la prima squadra, poi il pomeriggio in campo per l’allenamento e alle 18 a scuola fino alle 23, ero sempre stanco. Però oggi dico grazie ai miei genitori che mi hanno fatto finire la scuola. Il calcio è la mia vita, ma loro hanno contribuito a farmi rimanere con i piedi per terra».






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