A Roma in station wagon, ora
mi dispero

A Roma in station wagon, ora mi dispero



 

La domenica per gli italiani è una giornata dedicata alla fede. Per alcuni significa recarsi a messa, per altri la fede da seguire è un' altra, riunirsi insieme dopo pranzo e seguire la propria squadra del cuore. Nel caso della mia famiglia la fede domenicale era ed è il Palermo Calcio. Ricordo ancora quando finalmente fui abbastanza grande da poter andare allo stadio. Era un onore arrivare con il mio personale abbonamento davanti ai tornelli, salire su in curva sud e sedermi sempre nel mio amato posto numero "122", e guai se vi trovassi già qualcuno…

Con il passare degli anni da quel posto ho visto la mia squadra del cuore eccellere sempre di più, arrivare nella fatidica massima serie dopo 31 anni di digiuno e con una squadra che per me, era fatta di veri campioni. C' erano Zauli, Brienza, il Genio Corini, e soprattutto Zaccardo, Barzagli, Toni e Fabiuccio Grosso, che non ce li scordiamo mica, hanno fatto di certo la loro parte per farci urlare tutti in coro "Campioni del mondo". Con il tempo le emozioni si sono fatte sempre più grandi, dalle partite in Coppa UEFA alla fatidica data del 29/05/2011. Quando le avevamo fatte fuori tutte e il Palermo in finale di Coppa Italia dopo tutti secoli era un evento troppo epocale per essere perso. Non partì per il viaggio di istruzione ma andai a Roma a bordo di una station wagon insieme a mia madre e a mio zio.  Certo sappiamo tutti poi come è andata a finire, ma conservo ancora gelosamente quel biglietto in un cassetto, così come tutte le emozioni provate almeno.. fino al secondo gol di Eto'o.

E ora? Beh ora noi tifosi non proviamo quelle sensazioni così forti da anni. Abbiamo smesso di abbonarci un po' per protesta e un po' perché diciamocelo.. Ogni domenica è  una sofferenza. Il Palermo si segue sempre perché la fiamma della fede va solo alimentata e mai spenta, ma ogni singola domenica, ogni singola partita si trasforma in angoscia, siamo un po' diventati i buffoni del campionato. La nostra storia si è fatta sempre più ingloriosa e non è più quella di una bella favola ma siamo i protagonisti indesiderati della telenovela del calcio italiano. Allenatori che vanno e vengono secondo uno schema che richiama molto il "ce l' ho, mi manca”. In molti, se non tutti, danno la colpa di tutto ciò ad un solo uomo, colui che si, ci ha fatto prima diventare grandi illudendoci con sogni di dolci vittorie, ma che adesso agisce quasi nell'ombra come un burattinaio stanco e seccato dei suoi pupini. Sta lì pronto a tagliare i fili come per concludere il gioco, ma ancora non lo fa, lasciando una città intera ad aspettare.  Attese, ecco come abbiamo sostituito le nostre emozioni. Attese che ci lasciano in un limbo a tinte più nere, che rosa. Attese verso un cambiamento che stenta ad arrivare. E allora si sta lì fermi, in attesa forse che sia la Santuzza a prendere ancora le redini in mano per salvarci di nuovo. Ma i miracoli si fanno anche con l'ausilio degli uomini. Devono essere loro a meritarsi i nostri colori. Tocca quindi ai reduci scendere in campo, staccare i fili del burattinaio e così arrivare a regalarci l'emozione più grande, quella di urlare ancora una volta, fin quando non ne abbiamo più, per la gioia di un gol. 

 

Federica Manzueto






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